Lavagna lim im in classe: cos’è, a cosa serve, come funziona

la lim

Ok, boomer. È il caso di dirlo se ancora non hai capito a cosa serve la Lim in classe. Ormai è uno strumento didattico perfettamente integrato in ogni aula, ed è cosa rara non essere a conoscenzdella sua esistenza. Forse è un po’ meno probabile che tutti sappiano come funziona, quante cose si possono fare e come usare la lim a scuola ha rivoluzionato il mondo dell’insegnamento lanciandolo verso il futuro. (altro…)

Come sapere la classe di concorso a cui si appartiene?

scoprire la classe di concorso

L’accesso alle classi di concorso è uno dei requisiti fondamentali per poter partecipare al concorso scuola che ciclicamente il Miur bandisce. In questa mini guida dell’Università telematica Niccolò Cusano vedremo da vicino come sapere la classe di concorso a cui poter accedere.

Comprendere tempestivamente a quali classi di concorso MIUR si appartiene è infatti uno dei dubbi più comuni tra chi ambisce a lavorare nel mondo della scuola. Le classi di concorso, quindi, sono fondamentali per poter accedere ai concorsi per insegnare.

Tanti candidati, però, fanno ancora molta confusione attorno a questo tema. Vediamo allora cosa sono le classi di concorso e come capire a quale classe di concorso MIUR si appartiene.

Insegnamento: le classi di concorso del MIUR

Facciamo innanzitutto chiarezza su alcuni concetti indispensabili per comprendere il sistema di reclutamento degli insegnanti nell’ordinamento italiano.

Le classi di concorso non sono le lauree che i candidati hanno conseguito, sono invece dei codici utilizzati dal MIUR per avere una classificazione uniforme di materie e titoli di studi necessari per l’insegnamento di una determinata materia.

Le classi di concorso, secondo quanto stabilito dal MIUR, sono uno dei requisiti fondamentali per poter accedere all’insegnamento nella scuola italiana.

Senza classe di concorso non è possibile partecipare al Concorso Scuola. E questo fa di loro un requisito propedeutico, indispensabile all’insegnamento.

Nel sistema italiano, non è infatti consentito insegnare con la sola laurea di primo livello, occorre essere in possesso di una laurea di secondo livello, specialistica e magistrale.

Ogni laurea consente di accedere ad una classe di concorso, in funzione del percorso di studi che lo studente ha intrapreso, dei crediti formativi maturati e degli esami sostenuti.

Conseguire una laurea, però, non permette di accedere automaticamente ad una classe di concorso. Per poter accedere occorre i primis verificare il possesso di specifici requisiti necessari. Questo perché ogni classe di concorso permette l’accesso con determinati crediti ed esami conseguiti, che a volte non fanno parte di un percorso di laurea, ma vanno integrati.

Infatti, i requisiti per le classi di concorso possono anche variare in base al grado di istituto in cui è possibile insegnare.

Ottenendo l’accesso ad una classe specifica, è quindi possibile insegnare una materia scolastica negli istituti italiani.

Come sapere la classe di concorso

Dal momento che non sempre una classe di concorso corrisponde ad un titolo di studio è necessario controllare la presenza, nel proprio piano di studi, di determinati crediti formativi in specifiche materie richieste dal MIUR.

La laurea da sola spesso non è un requisito sufficiente per accedere alla classe di concorso. Ogni classe di concorso, infatti, secondo il MIUR richiede un certo numero di crediti formativi, i CFU, specifici in determinati settori disciplinari.

La mancanza di anche solo un CFU preclude l’accesso alla classe di concorso. Per questo è sempre bene verificare di possedere tutti i requisiti necessari, e integrare le mancanze al proprio piano di studi.

Per scoprire la classe di concorso, occorre consultare la tabella sul sito del MIUR. All’interno di questa tabella è indicata la corrispondenza di una determinata laurea, e dei CFU necessari, per l’accesso a quella classe di concorso.

Consultare la tabella sul sito del MIUR potrebbe però non risultare così facile. Gli studenti di Unicusano possono richiedere il supporto della segreteria per trovare la propria classe di concorso. Il personale dell’ateneo indicherà quali sono le classi di concorso corrispondenti al proprio titolo di studio.

Classe di concorso: cosa fare in mancanza di CFU

Può accadere che, per accedere ad una classe di concorso, risultino mancanti alcuni CFU dal proprio piano di studi. Infatti a causa delle varie riforme universitarie, può succedere che alcune materie siano “sparite” da alcuni corsi di laurea.

Per capire mancano alcuni CFU, studenti e/o candidati possono consultare la tabella ministeriale del MIUR e verificare i vari requisiti di accesso alla classe di concorso, distinti tra lauree Vecchio Ordinamento e Nuovo Ordinamento.

Nel caso in cui sia necessaria un’integrazione, bisognerà frequentare i singoli corsi universitari e conseguire i crediti mancanti. A quel punto sarà possibile accedere finalmente alla classe di concorso.

MIUR: quali sono le nuove classi di concorso

Le classi di concorso sono state sottoposte, nel 2017, ad un riforma. Infatti, il DM 259/2017 ha modificato le denominazioni delle varie classi e cambiati, in alcuni casi, i requisiti di accesso.

Questa modifica ha contribuito a semplificare le procedure di accesso all’insegnamento. Infatti, alcune classi di concorso sono state accorpate, riducendo il numero da 168 a 114.

Sono state poi inserite nuove classi di concorso, che riguardano le discipline musicali e gli indirizzi di moda e comunicazione.

Queste nuove classi di concorso inserite nella tabella del MIUR sono undici e si tratta di:

  • A-53 – Storia della musica
  • A-55 – Strumento musicale negli istituti di istruzione secondaria di II grado
  • A-57 – Tecnica della danza classica
  • A-58 – Tecnica della danza contemporanea
  • A-59 – Tecniche di accompagnamento alla danza
  • A-63 – Tecnologie musicali
  • A-64 – Teoria, analisi e composizione
  • A-23 – Lingua italiana per discenti di lingua straniera (alloglotti)
  • A-35 – Scienze e tecnologie della calzatura e della moda
  • A-36 – Scienze e tecnologia della logistica
  • A-65 – Teoria e tecnica della comunicazione.

Tra i nuovi inserimenti c’è anche la classe A-23 “Lingua italiana per discenti di lingua straniera”, inserita per via della presenza, sempre in crescita, di studenti stranieri all’interno delle classi.

Ora che questa guida Unicusano è giunta al termine, sarà più facile individuare la classe specifica per il concorso scuola e poter così tentare la strada dell’insegnamento nelle scuole italiane.

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Cosa allegare alla domanda di messa a disposizione?

Probabilmente ti starai chiedendo cosa allegare alla domanda di messa a disposizione. Se ti poni questa domanda sei un aspirante docente. Il tema del reclutamento insegnanti in Italia è particolarmente spinoso, dal momento che nel corso degli ultimi dieci anni le regole sono cambiate continuamente.  Proprio per questo abbiamo scelto di scrivere un articolo che può aiutare a fare chiarezza su tutte le questioni riguardanti le modalità per raggiungere il tuo obiettivo professionale nel campo dell’insegnamento.

Che cos’è la messa a disposizione

mad sostegnoLa Messa a Disposizione, anche conosciuta come MAD, è un’autocandidatura spontanea che tutti coloro che vogliono diventare docenti possono inviare di propria iniziativa a qualsiasi istituto scolastico. 

Grazie a questa possibilità puoi proporti come supplente per incarichi di breve durata, o anche di media durata. Ciò significa che questa tipologia di domanda per ottenere una posizione da insegnante non può darti l’opportunità di coprire supplenze a lungo termine, né tantomeno diventare docente di ruolo (per quello esistono diversi iter, compresi i concorsi docenti e le graduatorie provinciali e d’istituto). 

Le MAD hanno ragion d’essere in quanto le graduatorie non riescono a coprire la totale necessità di insegnanti nelle scuole italiane. Quindi mettiti sotto e compila la tua messa a disposizione e curriculum, approfitta del fatto che per questo documento non avrai bisogno di parti terze per l’invio. Difatti la Mad prevede un rapporto diretto tra scuola e supplente, puoi tranquillamente mandarla in qualsiasi istituto italiano. Ogni anno per lavorare come Assistenti tecnici, Assistenti Amministrati, Collaboratori scolastici, ovvero come personale amministrativo, tecnico e ausiliario (ATA) e ovviamente Docenti si possono intraprendere diversi percorsi di reclutamento; ma la domanda di Messa a Disposizione è indubbiamente una delle modalità più utilizzate. Ogni anno scolastico ne vengono inviate migliaia.

Chi può inviare la messa a disposizione?

Se sei arrivato a leggere questo articolo è sicuramente per cercare di reperire le informazioni che possono rispondere alla domanda che da il titolo a questo paragrafo. Ma per prima cosa andiamo a fugare ogni eventuale dubbio e a vedere se hai i requisiti necessari per presentare tale domanda.

Se ti sei appena laureato e possiedi il titolo minimo per accedere all’insegnamento o a una classe di concorso, o se sei iscritto in graduatoria ma non hai ancora ottenuto un incarico puoi inviare la MAD. Non è infatti necessario essere in possesso di un’abilitazione. Può accadere, anche se non con estrema frequenza, che il Dirigente Scolastico chiami, in casi di necessità, candidati che non hanno tutti i titoli necessari. Cosa intendiamo per titoli necessari? Ad esempio puoi inviare la candidatura tramite MAD anche se non hai vinto un concorso per l’insegnamento.

La MAD è un documento capace di ottimizzare il reclutamento di diverse figure nell’ambito scolastico. Possono inviarla ai vari istituti non solo gli aspiranti docenti, ma anche gli insegnanti di sostengo e il personale ATA.

Dal momento che questo articolo ha come focus cosa allegare alla MAD è importante è segnalare correttamente quali sono i dati da inserire all’interno delle Messe a Disposizione. Anche se non è necessaria l’abilitazione successiva al concorso, è utile segnalare le altre abilitazioni di cui si è in possesso. Ad esempio, per la Messa a Disposizione Sostegno può rivelarsi utile qualsiasi altro titolo abilitante per lavorare con il sostegno.

Quando inviare la messa a disposizione?

Proseguiamo nel nostro percorso e cerchiamo di capire quando dovrai inviare la tua domanda. L’informazione principale che devi conoscere è che non ci sono limiti temporali o scadenze per inviare la tua domanda di Messa a Disposizione. Potrai inoltrarla in qualsivoglia periodo dell’anno perché le scuole potrebbero aver sempre bisogno di un supplente. Persino in occasione della chiusura delle scuole, nel periodo che va dall’ultima settimana di giugno fino al 10 luglio, la tua domanda potrebbe essere presa in considerazione per le scuole secondarie di secondo grado, per la Messa a Disposizione per i recuperi estivi. 

Nonostante la totale libertà dalle scadenze per presentare la tua MAD, è bene che tu sappia che c’è un momento più favorevole degli altri. In prossimità delle aperture delle scuole infatti, le segreterie dovranno organizzare il personale a disposizione; potrebbero trovare difficoltà a conciliare i programmi con il personale. Per questo il momento più favorevole per la tua domanda è il periodo che va dalla seconda metà di Agosto fino a tutto Ottobre. In questi mesi vengono prese in considerazione il maggior numero delle domande di Messa a Disposizione.

Come inviare la messa a disposizione?

Ci sono due opzioni per l’invio della MAD. La prima l’hai certamente incontrata navigando in rete, dove molteplici siti offrono il servizio di invio MAD a pagamento. Nel mare magnum di siti che si occupano della MAD la maggior parte di essi ti proporranno un servizio di MAD a pagamento. Qualora fossi intenzionato a usufruire di tale opzione, previo pagamento, la società e l’ente di cui hai scelto i servizi, si occuperà di fornirti un servizio di invio MAD, che prevede la compilazione del modello MAD e l’invio a tutte le scuole che ti interessano

La seconda opzione è procedere autonomamente, seguendo la procedura che ti spiegheremo di seguito e inviando la domanda alle scuole.

Come presentare la MAD gratuitamente?

come inviare la messa a disposizioneEcco i diversi passaggi da seguire per procedere autonomamente presentando la candidatura spontanea.

  1. Verificare quali materie è possibile insegnare con il tuo titolo di studio e presso quali tipologie di scuole. Ogni titolo di studio è abilitante per certe classi di concorso. Le classi di concorso sono dei codici che identificano i requisiti accademici utili per poter accedere all’abilitazione all’insegnamento nella scuola secondaria, sia di primo che di secondo grado
  2. Scegli a quali scuole sei interessato per prestare lavoro di supplenza. Per far questo puoi consultare gli indirizzari con le scuole presenti in Italia suddivise per regioni e province. In alternativa è possibile cercare gli indirizzi delle scuole tramite il portarle istituzionale del MIUR, Scuola in Chiaro
  3. Visita il sito web di ogni scuola per verificare se è presente un form online per l’invio della MAD o se hanno un modello di istanza MAD che consigliano di utilizzare o una modalità di invio preferita. Nel caso in cui queste informazioni non fossero presenti si può utilizzare un modello libero

Come abbiamo scritto in precedenza, se hai individuato l’istituto a cui vorresti inviare la MAD ma sul sito web della scuola non sono presenti form online per l’invio, è sufficiente presentare un’istanza di autocertificazione in formato libero, purché contenga tutti i dati utili ai fini della candidatura.

Puoi inviare la MAD gratis alle scuole in cui ha sede l’ufficio del Dirigente scolastico. Quindi ricorda sempre che non puoi inviarla alle sedi succursali o distaccate degli istituti scolastici.

Ricapitolando, in sintesi, puoi presentare l’istanza di Messa a Disposizione tramite:

  • Form online presente sul sito web della scuola
  • Modello MAD spedito via e-mail o posta elettronica certificata (PEC)
  • Modello MAD spedito tramite raccomandata A/R
  • Consegna a mano del modello MAD

Sui siti delle scuole di solito sono indicate le modalità preferite per la ricezione della MAD. Nel caso in cui non vengano date indicazioni precise puoi scegliere la modalità di invio in base alla lista che ti abbiamo sopra indicato.

Invio della Mad: i vantaggi

L’invio della domanda di Messa a Disposizione ti permette, qualora fossi chiamato per incarichi di breve o media durata, di ottenere un punteggio utile a migliorare la tua posizione in graduatoria. Il lavoro svolto tramite MAD è valido come titolo di servizio per i Concorsi Scuola. 

Secondo la durata delle supplenze tramite MAD si possono accumulare fino a 12 punti in un anno:

  • 1 punto ogni 15 giorni di contratto
  • 0.5punti ogni 15 giorni di contratto per la cattedra in una materia non appartenente alla propria classe di concorso

Sperando di esserti stato utile ti auguriamo buona fortuna per l’invio della tua domanda di Messa a Disposizione.

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Flipped classroom: cos’è, come funziona, esempi

Cos’è la flipped classroom?

Letteralmente significa classe capovolta. A livello educativo la classe capovolta (denominata anche flip teaching o didattica capovolta o didattica rovesciata) si riferisce a un criterio modale e metodologico che ribalta il classico ciclo di apprendimento composto da lezioni frontali, studio a casa e verifiche in classe.

In un mondo sempre più dominato dalla Digital Transformation che ha stravolto il concetto del rapporto tra formazione e espedienti tecnologico-digitali, la flipped classroom si rivela un valido aiuto al cambiamento in atto, perché di base non è altro che un nuovo approccio didattico intento a valorizzare le risorse digitali e le reti sociali.

Come? Ebbene, la flipped classroom ottimizza i momenti dell’apprendimento convenzionale, seppur mantenendo una solida base educativa.

L’attuale società dell’informazione è chiamata a rispondere a nuove esigenze personali, e per farlo deve per forza adattarsi alle nuove consuetudini dei nativi digitali. Ecco perché è necessaria la flipped classroom.

Infatti, la didattica capovolta si basa sull’assunto secondo cui la lezione diventa compito a casa, mentre il tempo trascorso in classe diviene una risorsa da investire in esperienze di apprendimento attivo, attività di collaborazione, occasioni di scambio e laboratori.

In altre parole, è un metodo didattico blended che sfrutta a pieno le potenzialità del digitale e le attitudini degli alunni, affinché la formazione sia più efficace e maggiormente corrispondente alla realtà.

Ma vediamo meglio nel dettaglio questo tipo di approccio.

Flipped classroom: cos’è e origini

In buona sostanza, l’insegnamento capovolto è una prassi educativa e formativa che ha lo scopo di migliorare il rapporto “tempo-scuola”, al fine di renderlo più efficace, positivo e valido rispetto alle esigenze attuali della società odierna.

Gli assertori di questa metodologia credono fortemente che la rapida trasformazione del tessuto sociale causato dalla diffusione di Internet e delle nuove tecnologie abbia dato vita a un divario sempre più profondo con l’universo “scuola”, generando altresì un reale distacco tra le esigenze degli studenti e quelle delle rispettive famiglie.

Effettivamente, le passioni e gli hobby degli alunni maturano spesso al di là delle mura scolastiche. La rivoluzione hi-tech ha fatto sì che la diffusione del sapere avvenisse tramite contenuti multimediali, messi a disposizione tramite piattaforme di e-learning, agevolando la fruizione delle lezioni da remoto.

Di conseguenza, poiché la didattica non viene soltanto esplicata in classe, i fautori del flip teaching  ritengono che sarebbe inutile trasmettere a scuola quello che è già materialmente disponibile da casa.

Condurre la classe capovolta, significa proporre agli alunni l’inversione dei momenti educativi tradizionali, ovvero la semplice lezione in aula e lo studio individuale a casa.

Il primo esperimento di flipped classroom risale agli inizi del XXI secolo. In una scuola del Colorado, due insegnanti di chimica si trovarono ad affrontare problemi didattici legati all’alto tasso di assenteismo e allo scarso interesse degli studenti verso le lezioni.

Decisero così di offrire agli alunni dei videotutorial sui vari argomenti affrontati in aula. Riscontrarono una reazione decisamente positiva e si resero conto che le lezioni frontali classiche potevano essere perfettamente soppiantate dai documenti multimediali.

Gli scolari iniziarono a studiare le materie a casa e a svolgere attività più creative inclusive in classe. Questo fu proprio il primo passo di flipped classroom.

Oggigiorno, i due docenti summenzionati, vale a dire Jonathan Bergmann e Aaron Sams, sono riconosciuti internazionalmente come i fondatori di questo nuovo approccio pedagogico.

Il punto a favore della didattica capovolta è proprio il fatto che la lezione viene spostata a casa, dove l’allievo può apprendere argomenti diversi tramite video didattici e materiale multimediale, mentre a scuola si lascia spazio all’insegnamento attivo, alla collaborazione e alla discussione collettiva.

Flipped classroom: esempi

Quindi, la lezione viene spostata a casa, sostituita dallo studio individuale. Invece, lo studio individuale viene portato a scuola, sostituito dalla lezione in classe, dove il docente può svolgere il ruolo di tutor.

La didattica capovolta è di fatto incentrata sulle “competenze cognitive di base” dello studente (ascoltare, memorizzare) che possono essere attivate anche a casa, in totale autonomia, tramite videolezioni e podcast, o leggendo i testi proposti dagli insegnanti.

In classe, invece, possono essere pungolate le “abilità cognitive alte” (comprendere, applicare, valutare, creare), dato che gli allievi fanno gruppo, e il docente di riferimento può instradarli in veste di mentore al fine di aiutarli a risolvere problemi più pratici.

Anche per questo motivo, la figura del docente è completamente “ribaltata”, perché tramite questo approccio educativo, il suo ruolo diviene quello di guidare lo studente nell’elaborazione attiva e nello sviluppo di compiti complessi.

Come condurre la classe capovolta

Il primo step è scatenare negli allievi la partecipazione, il coinvolgimento e l’interesse verso un determinato argomento. Questo primo punto è molto importante, perché l’apprendimento non può avvenire se viene a mancare l’attenzione cognitiva e il trasporto emotivo dei singoli studenti.

In pratica, il docente dovrà estremizzare un tema specifico, tramutare i contenuti disciplinari da una mera forma espositiva, a una nebulosa, incerta, teorica ipotetica, e lasciare agli alunni il compito di ideare e proporre una soluzione fattiva al problema.

Questa fase può svolgersi con approcci diversi e impegnare gli scolari fuori dalla sede di insegnamento e prima della lezione canonica, ma è anche possibile condurla direttamente in aula.

Nella seconda fase, gli studenti sono chiamati a attivare le strategie di apprendimento e le procedure di analisi, al fine di favorire un pensiero critico nei confronti dell’oggetto di indagine. Si tratta quindi di solleticare gli studenti con domande apposite, per far formulare loro ipotesi attendibili, volte a escogitare sistemi di verifica efficaci per testare le loro supposizioni.

In linea di massima, questo passaggio focale prevede la produzione di documenti, da parte degli alunni (singolarmente o in gruppo), che verranno utilizzati nella terza fase.

Il docente, qui, svolge la parte di tutor, perché assiste gli scolari ascoltando le loro esigenze, mettendoli dinanzi a un compito autentico (chiamato anche “di realtà”) oppure dinanzi a un compito creativo, al fine di attuare una divisione del lavoro, secondo la logica della squadra.

Il ciclo termina con una fase di rielaborazione e valutazione. Si tratta di un processo collettivo di ponderazione e confronto su quanto appreso. Tale procedimento viene condotto proprio dall’insegnante attraverso il coinvolgimento di tutta la classe.

Lo scopo formativo è di chiarire, enucleare e rafforzare le conoscenze apprese, a partire dall’analisi dei lavori svolti dagli studenti durante la seconda fase. In questo caso, il docente fa da stimolo, pungolo e modera il confronto fra gli allievi, al fine di facilitare i processi di astrazione e di formalizzare quanto appreso.

Come cambia il ruolo del docente

Come precedentemente esposto,  l’insegnante assume il ruolo di guida nell’intero percorso educativo. Pertanto, smette di essere un mero trasmettitore di sapere nozionistico e diventa la leva in grado di attivare la didattica in modo pratico e coinvolgente.

È così che sostiene i vari discenti nell’elaborazione dinamica e propositiva e nello sviluppo di compiti complessi. In questo modo, gli studenti divengono gli attori protagonisti del loro processo formativo, in quanto sono libero di autogestirsi a seconda delle loro necessità.

In poche parole, con questa nuova gestione dello “spazio-tempo scolastico”, la flipped classroom si ispira all’apprendimento collaborativo, basato sulla cooperazione all’interno di un gruppo in cui ogni singolo soggetto ha un suo ruolo ben determinato, ma slegato dal progetto condiviso.

È per questa ragione che la classica lezione frontale perde la peculiarità verticale per tramutarsi in una sorta di corso interattivo e in presenza, ove l’insegnante offre il materiale necessario per fortificare il bagaglio culturale degli studenti.

Questo nuovo approccio formativo fa sì che la didattica diventi più fluida e flessibile.

 

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Come affrontare le prove scritte per la Polizia di Stato?

prove scritte concorso polizia

Chi ambisce ad una carriera nelle Forze armate, avrà modo di iscriversi al concorso e cercare di superare le prove scritte per la Polizia di Stato.

In questa breve guida dell’Università telematica Niccolò Cusano vedremo quali sono i requisiti di accesso alle prove concorsuali e come prepararsi al meglio per le prove.

Prima, però, vediamo nel dettaglio chi è e quali mansioni svolge un poliziotto, sgombrando il campo da luoghi comuni ed elencando nel dettaglio le attività operative.

La Polizia di Stato rappresenta l’apparato amministrativo centrale per mezzo del quale il Ministero dell’Interno gestisce l’ordine pubblico e la sicurezza pubblica in Italia.

Strutturata in diversi reparti, la Polizia di Stato contribuisce a rendere più sicura la vita dei cittadini. Si pensi ad esempio, alle misure di prevenzione degli incidenti operate tutti i giorni dalla polizia stradale.

Ciò che senza dubbio può interessare i candidati di un concorso di polizia, è lo stipendio di un poliziotto, che varia a seconda del grado e della mansione e dipende inoltre dal grado e dagli scatti di anzianità.

Lo stipendio mensile medio di un poliziotto va da un minimo di 1200 euro ad un massimo di 3500 euro (dipende, ovviamente, dall’anzianità di servizio e dal grado).

Ma vediamo ora quali sono i requisiti di accesso per le prove scritte di un concorso della polizia di Stato.

Prove scritte concorso polizia di Stato: requisiti di accesso

Possono partecipare al concorsi per la polizia di Stato i candidati che siano in possesso dei seguenti requisiti specifici, oltre ai requisiti generali richiesti per l’accesso ai concorsi pubblici:

  • per i volontari delle Forze armate in servizio o in congedo alla data del 31 dicembre 2020 diploma di scuola secondaria di I grado
  • per i volontari delle Forze armate arruolati dal 1° gennaio 2021, diploma di scuola secondarai di II grado
    età compresa tra i 18 e i 26 anni
  • possesso delle qualità di condotta previste dall’art. 35 del d.lgs. n° 165/2001
  • efficienza e idoneità psico-fisica e attitudinale per lo svolgimento dei compiti connessi alla qualifica professinale

Vi sono dei limiti di età per poter partecipare ad un concorso delle forze dell’ordine? La risposta è sì. Tra i requisiti di partecipazione  vi è appunto l’età.

I candidati che intendono partecipare da civili devono aver compiuto il 18° anno di età e avere fino a 25 anni (ossia non aver compiuto il 26esimo anno di età).

Per diventare Allievo Agente è richiesto ai candidati solo il diploma.

Concorso di polizia: modalità

Come si articola il concorso della polizia di Stato? Come molti altri concorsi, esso prevede un iter selettivo che passa attraverso diverse prove e che solitamente si struttura così:

  • prova scritta;
  • prove di efficienza fisica;
  • accertamenti psico-fisici e attitudinali;
  • valutazione degli eventuali titoli.

Prove scritte concorso di polizia

La prova scritta d’esame consiste in un questionario, generalmente composto da 80 domande a risposta multipla, che verte su argomenti di cultura generale e scolastica (Aritmetica, Educazione civica, Geografia, Geometria, Lingua italiana, Scienze, Storia). La durata della prova è di 60 minuti.

Il questionario con domande a scelta multipla è incentrato su:

  • cultura generale;
  • materie di cui all’art. 13 comma 1 del DM 129/2005;
  • lingua inglese;
  • apparecchiature e applicazioni informatiche più diffuse.

Il questionario sarà predisposto casualmente da un sistema informatico che preleva le domande dalla banca dati, resa disponibile sul sito della Polizia di Stato almeno 20 giorni prima della data di svolgimento della prova.

Il punteggio di superamento è 6/10. La correzione avverrà tramite apparecchiature a lettura ottica.

Quali sono i criteri di valutazione? Generalmente, i criteri di valutazione sono i seguenti:

  • risposta esatta: +0,125 punti;
  • risposte errate: -0,04 punti;
  • risposte omesse: 0 punti.

Ecco, di seguito, come si presenta una prova scritta tipo del concorso della polizia di Stato:

– 5 domande di Informatica;
– 5 domande di Geometria;
– 10 domande di letteratura;
– 10 domande di grammatica italiana;
– 4 domande di Scienze;
– 10 domande di Educazione Civica;
– 6 domande di Geografia;
– 10 domande di Storia;
– 10 domande di Inglese;
– 5 domande di Tecnologia;
– 5 domande di Aritmetica e algebra.

Concorso della polizia di Stato: cosa e dove studiare

Per prepararsi al meglio ad una prova scritta di un concorso della polizia di Stato, il consiglio è quello di acquistare un volume specifico realizzato apposta per le prove.

Trovarlo è semplice: basta rivolgersi alle librerie oppure digitare l’intestazione del concorso sui motori di ricerca web. Acquistando il manuale di preparazione alla prova, si avrà la possibilità di affrontare argomenti utili ad ottenere il know how richiesto.

Si tratta di testo completi per la preparazione alla prova scritta del concorso. Il libro, che propone teoria e quiz, aderisce perfettamente alle indicazioni del bando, secondo cui la prova d’esame consisterà in un questionario composto da domande con risposta a scelta multipla riguardanti argomenti di cultura generale e materie della scuola media dell’obbligo, tese anche ad accertare un sufficiente livello di conoscenza dell’Inglese e dell’Informatica, in linea con gli standard europei.

Pertanto la trattazione del manuale comprenderà:

  • Letteratura italiana;
  • Grammatica italiana;
  • Storia;
  • Educazione civica;
  • Geografia;
  • Scienze;
  • Matematica e Geometria;
  • Informatica;
  • Lingua inglese (quiz con risposte commentate).

A completamento del Manuale Concorso Polizia di Stato, un software (accessibile nell’area riservata) con migliaia di quiz ufficiali di precedenti concorsi, per infinite esercitazioni e simulazioni della prova d’esame.

Il testo, nelle prime pagine, fornisce indicazioni sulla figura professionale dell’Agente di Polizia di Stato e sulle prove che il concorrente dovrà affrontare partecipando al concorso; successivamente sviluppa, in modo sintetico e incisivo, il programma d’esame previsto dal bando: lingua e letteratura italiana, aritmetica e algebra, geometria, storia, educazione civica, geografia, scienze, informatica, lingua inglese e tecnologia.

Ulteriori indicazioni per la prova concorsuale

Last but not least, ecco un suggerimento sempre utile per i candidati. Il giorno della prova scritta, dovranno presentarsi sul posto muniti di un valido documento d’identità e della tessera sanitaria su supporto magnetico. Può sembrare una banalità, ma spesso chi non è in regola con la documentazione, non può sostenere l’esame.

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Cos’è e quanto vale l’attestato di dattilografia ata?

corso di dattilografia ata

La nuova stagione di reclutamento personale ATA porta alla ribalta vecchie questioni, come quella dell’attestato dattilografa ATA. Si tratta di un attestato che serve per acquisire punteggio e scalare le graduatorie. Un attestato che però qualche volta non viene rilasciato con i corretti requisiti e rischia di diventare inutile. Attenzione alle truffe. Qui di seguito forniamo maggiori informazioni su come iscriversi a un corso di dattilografia ATA riconosciuto dal MIUR. (altro…)

Autismo a scuola: come riconoscerlo e le strategie per gli insegnanti

Cosa significa autismo? Per autismo si intende un disturbo del neurosviluppo caratterizzato dalla compromissione dell’interazione sociale e da deficit della comunicazione verbale e non verbale che provoca ristrettezza di interessi e comportamenti ripetitivi.

Recentemente si parla soprattutto di Disturbi dello Spettro Autistico (DSA o, in inglese, ASD, Autistic Spectrum Disorders).

Di base, i sintomi si manifestano precocemente e permangono per tutto il corso della vita.

La scuola svolge un ruolo molto delicato nel notare i primi segnali di autismo e attivare prontamente un percorso mirato di studi e di inclusione.

Ma vediamo nel dettaglio come riconoscerlo e le strategie da adottare a livello didattico.

Autismo a scuola 

Gli alunni con autismo possono presentare in misura più o meno marcata disturbi sensoriali, problemi del sonno, di alimentazione, disarmonie motorie, disarmonie nelle abilità cognitive, scarsa autonomia personale e sociale, autolesionismo e aggressività.

Autismo a scuola: cosa fare 

Talvolta il comparto docenti non riesce ad affrontare tutte le problematiche legate al disturbo dell’autismo a scuola, perché manca una preparazione specifica.

Il bambino autistico generalmente ha difficoltà a stabilire e a mantenere un contatto visivo con le persone che entrano in relazione con lui.

Pertanto è necessario, quando si intende interagire con lui:

  • stabilire e mantenere un contatto oculare e spronare il bambino a fare altrettanto;
  • parlare in modo chiaro e/o servendosi dell’ausilio di immagini in caso di problematiche linguistiche;
  • rivolgersi a lui in modo calmo;
  • – Promuovere la strategia di imitazione dei pari per ottenere i comportamenti adeguati e desiderati da parte del bambino;
  • suddividere un dato compito in sequenze semplici;
  • utilizzare il canale visivo per l’apprendimento, avvalendosi di schemi, tabelle e immagini;
  • Avere empatia.

In buona sostanza, è buona prassi rispettare i tempi e le modalità di comunicazione visive, piuttosto che verbali, cercando di integrare entrambe le strategie.

Infine, i dispositivi tecnologici come PC o tablet sono di grande aiuto al fine di migliorare le abilità comunicative di base.

Autismo a scuola: cosa non fare

Il bambino autistico spesso mette in atto dei rituali o ha abitudini severe e può reagire in malo modo alla forzatura di tali schemi mentali con improvvisi crisi e scoppi d’ira. Quindi, è dannoso tentare di forzarlo bruscamente a modificare le proprie abitudini

Occorre di conseguenza rispettare i suoi tempi e non richiedere troppi cambiamenti improvvisi. Inoltre, è utile strutturare la sua giornata tipo in modo chiaro, pianificando in anticipo le attività.

Altra cosa da evitare è attuare degli interventi punitivi. Piuttosto, sarà necessario mettere in atto la strategia del SE-POI, al fine di promuovere nel bambino lo sviluppo di una riflessione sulle conseguenze delle proprie azioni.

Autismo e dislessia

La dislessia fa parte dei disturbi specifici dell’apprendimento o DSA ed è una condizione caratterizzata da problemi con la lettura, e la diagnosi che si formula è indipendente dall’intelligenza della persona.

Diverse persone ne sono colpite in misura diversa. I problemi possono includere difficoltà nella pronuncia delle parole, nella lettura veloce, nella scrittura a mano, nella pronuncia delle parole durante la lettura ad alta voce e nella comprensione di ciò che si legge.

Ci sono dei punti in comune tra i bambini autistici e quelli dislessici. È tuttavia necessario specificare che si tratta di due disturbi completamente diversi.

I sintomi della dislessia sono molto differenti da quelli dell’autismo, sia per quanto riguarda la tipologia, sia per quanto riguarda l’insorgenza.

L’autismo si manifesta sin dai primi anni di vita (dai 3 anni circa) attraverso:

  • deficit comunicativo e isolamento;
  • assenza di comunicazione paraverbale (sguardo, mimica, gesti);
  • stereotipie (comportamenti e movimenti sempre uguali e ripetitivi)
  • ecolalie (ripetizione delle parole sentite da altri);
  • deficit del contatto di sguardo;
  • difficoltà ad apprendere le regole più o meno esplicite dell’interazione sociale;
  • assenza di risposta nel sentire il proprio nome;
  • difficoltà a decifrare e interpretare cosa gli altri pensano o sentono.

Inoltre, in alcuni casi i bambini autistici presentano un ritardo mentale e cognitivo.

Questi sintomi sono del tutto (o quasi) assenti nei bambini dislessici, che invece manifestano le prime difficoltà in concomitanza con l’inizio della scuola primaria, vale a dire:

  • difficoltà nel riconoscimento delle lettere o dei numeri;
  • difficoltà nel riconoscimento dei gruppi sillabici;
  • difficoltà nella lettura;
  • difficoltà nell’organizzazione della scrittura all’interno della pagina, ecc.

Alunni con bisogni educativi speciali

Gli studenti BES, ovvero alunni con Bisogni Educativi Speciali, hanno bisogno di una particolare esigenza di apprendimento a causa di una serie di fattori di stampo sociale, culturale ed economico.

A loro è dedicata una normativa specifica, per garantirne la perfetta inclusione scolastica.

In sostanza, esistono tre differenti tipologie di BES, che sono le seguenti:

  • alunni con disabilità;
  • alunni con disturbi evolutivi specifici (DSA, ADHD, ecc.);
  • alunni con svantaggi sociali e/o culturali e/o linguistici.

Nel caso di disabilità o di disturbi evolutivi specifici è necessaria una diagnosi preliminare e la successiva certificazione. Per gli altri tipi svantaggi, invece, l’individuazione, il riconoscimento e l’intervento è responsabilità del docente.

Ecco perché è così importante che gli insegnanti siano adeguatamente formati, in modo da riconoscere e da intervenire, a livello pedagogico, in una classe dove sono presenti alunni con Bisogni Educativi Speciali.

Essere un bravo insegnante non significa soltanto trasmettere ai propri studenti tutta una serie di conoscenze teoriche o coinvolgerli a livello empatico, perché per svolgere al meglio la propria professione è importante che il docente in questione sia preparato e non soltanto a livello didattico. Quindi, è necessario che si munisca di un bagaglio di conoscenze, competenze e strumenti che rendano possibile un approccio consapevole alla problematica dei BES.

Infatti, è soltanto attraverso una conoscenza approfondita e un’attenzione particolare verso comportamenti, atteggiamenti, attitudini ed esigenze che il corpo docente sarà in grado di individuare eventuali bisogni speciali e adeguare in tal senso la didattica.

Quali sono i Bisogni Educativi Speciali? 

Vediamo nel dettaglio cosa comprendono le singole voci delle categorie di BES sopra citate.

Disabilità motorie e disabilità cognitive

Queste condizioni sono certificate dal Servizio Sanitario Nazionale e fanno riferimento alla legge 104/92. A livello didattico queste difficoltà prevedono la presenza dell’insegnante di sostegno e di un Piano Educativo Individualizzato (PEI).

Disturbi Specifici di Apprendimento e/o Disturbi Evolutivi Specifici

Disturbi Specifici di Apprendimento (dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia), ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività), autismo, Funzionamento Intellettivo Limite.

Si tratta di situazioni patologiche che esordiscono nell’età dello sviluppo e che vengono diagnosticate dal Servizio Sanitario Nazionale o da specialisti privati.

La scuola che riceve la diagnosi è tenuta a redigere per ogni studente un Piano Didattico Personalizzato (PDP) e non è prevista la figura dell’insegnante di sostegno.

Svantaggio socioeconomico, linguistico o culturale

Questa categoria comprende disturbi legati a fattori socio-economici, linguistici e culturali come la non conoscenza della lingua e della cultura italiana, alcune difficoltà di tipo comportamentale e relazionale, problematiche personali o familiari tali da compromettere il normale percorso scolastico.

Rientrano in questa categoria tutte le situazioni in cui c’è una difficoltà che non implica una diagnosi o in cui è presente un disturbo o una condizione patologica che non è ancora stata diagnosticata.

Ritroviamo qui anche i bambini “plusdotati” o con un alto potenziale cognitivo. Si tratta di alunni che dimostrano capacità di apprendimento e curiosità molto sviluppate e che necessitano di un percorso didattico personalizzato per essere stimolati adeguatamente e affinché il loro talento non si trasformi in comportamenti improduttivi o dannosi, che spesso generano situazioni di disagio o di emarginazione.

 

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Quanto guadagna una maestra elementare? Guida agli stipendi

Lavorare come insegnante è una vocazione. Se si ha passione, curiosità, empatia, preparazione e entusiasmo, la docenza risulterà persino impattante ed efficace.

Il motivo? Perché insegnare consente di prendere vite per mano, di toccare menti e di aprire cuori. È una professione onorevole, che al di là dell’indiscutibile stress che comporta, può dare diverse soddisfazioni a livello personale e umano.

Non si tratta semplicemente di riversare sugli alunni le proprie nozioni o conoscenze culturali di base, occorre metodo, disciplina, ardore, fervore. È un ruolo che comporta grande responsabilità, forza d’animo e resilienza.

Trasmettere agli studenti l’interesse per l’apprendimento, affrontando anche temi sociali importanti, come l’integrazione o la lotta al bullismo, è fondamentale, così come spiegare le materie con accortezza, motivare all’ascolto, coltivare i talenti, coinvolgere l’intera classe con impegno, estro, dedizione, impeto e autorevolezza. Tutte doti che se sviluppate, messe in atto e reiterate nel tempo, possono tramutare un semplice insegnante in un buon docente.

Ma quanto guadagna una maestra elementare? Quanto prende un insegnante?

Tutte domande lecite. Innanzitutto, Il punto di riferimento per capire la media dello stipendio degli insegnanti di scuola elementare è il CCNL docenti. In base a questo, si evince che non esiste uno stipendio unico per tutti i docenti; la differenza la fa l’esperienza e il tempo per cui si è prestato servizio nella scuola.

Quindi gli insegnanti che hanno una maggiore anzianità guadagneranno di più. Ma vediamo nel dettaglio tutti gli aspetti che riguardano l’insegnamento nelle scuole primarie e la guida agli stipendi.

Stipendio di una maestra

Ecco di seguito la scaletta degli stipendi base degli insegnanti elementari netti mensili:

  • da 0-8 anni di servizio è di 1.262,39 euro;
  • tra 9 e 14 anni di servizio è di 1.366,97 euro;
  • dai 15 e 20 anni di servizio è di 1.482,40 euro;
  • tra 21 e 27 anni di servizio è di 1.571,90 euro;
  • tra 28 e 34 anni di servizio è di 1.693,96 euro;
  • oltre i 35 anni di servizio è di 1.795,43 euro.

Queste cifre però non valgono per lo stipendio insegnanti elementari con contratto part-time. In tal caso, lo stipendio verrà calcolato in misura proporzionale alle ore di servizio prestate.

Le supplenze

A quanto ammonta uno stipendio di 18 ore settimanali? E lo stipendio di 12 ore nella scuola media quanto sarà?

Facciamo un po’ di chiarezza. Innanzitutto occorre capire se si riferisce alle docenze di ruolo, ovvero a quei docenti che lavorano stabilmente nella scuola primaria o nella scuola media con contratti a tempo indeterminato, o se si tratta di supplenti.

Per loro a quanto ammonta lo stipendio scuola?

Chi possiede i titoli di accesso all’insegnamento per la scuola primaria, può iscriversi nelle graduatorie GPS e GI per ottenere incarichi di supplenza di media e lunga durata.

In alternativa, può ricorrere alle MAD, ovvero alle domande di messa a disposizione che consentono di candidarsi spontaneamente nelle scuole in modo diretto, semplicemente inviando la propria candidatura con curriculum vitae annesso.

Fare supplenze brevi tramite graduatorie o MAD è il miglior modo per iniziare a fare carriera e maturare punti utili per partecipare ai concorsi e ottenere una docenza di ruolo.

È bene però precisare che anche le supplenze con contratti a tempo determinato portano a percepire uno stipendio.

Il calcolo di quanto guadagna un supplente di scuola primaria dipende dal tipo di incarico che svolge e dalle ore, i giorni o i mesi su cui è modulato il servizio.

In linea di massima, un supplente di scuola elementare riceve uno stipendio medio netto mensile secondo la seguente scaletta:

  • 175 euro per una supplenza di 2 ore;
  • 382 euro per una supplenza di 4 ore;
  • 503 euro per una supplenza di 6 ore;
  • 785 euro per una supplenza di 8 ore;
  • 956 euro per una supplenza di 10 ore;
  • 157 euro per una supplenza di 12 ore;
  • 208 euro per una supplenza di 14 ore;
  • 329 euro per una supplenza di 16 ore;
  • 460 euro per una supplenza di 18 ore.

Come insegnare nella scuola dell’infanzia e primaria 

Per diventare docenti sono necessari titolo di studio di accesso all’insegnamento e abilitazione all’insegnamento.

Il Decreto legislativo 59 del 2017 sul nuovo sistema di formazione e reclutamento dei docenti ha apportato diverse modifiche alle procedure di accesso e formazione iniziale dei docenti della scuola secondaria.

Infatti, per diventare docenti nella scuola italiana è necessario:

  • conseguire il titolo di studio di accesso all’insegnamento (Laurea, Diploma e così via);
  • conseguire l’abilitazione all’insegnamento.

Per la scuola dell’infanzia e primaria i titoli di accesso all’insegnamento, che sono anche abilitanti, sono i seguenti:

  • Laurea in Scienze della formazione primaria, sia di vecchio ordinamento (articolo 6, Legge 169 del 2008) sia di nuovo ordinamento (articolo 6 Decreto ministeriale 249 del 2010);
  • Diploma di Istituto Magistrale o di Scuola magistrale (solo scuola dell’Infanzia) o Diploma di Liceo Socio-Psico-Pedagogico conseguiti entro l’anno scolastico 2001-2002 (Decreto Ministeriale 10 marzo 1997).

Quanto guadagna un insegnante di scuola dell’infanzia e primaria 

Come già anticipato, lo stipendio di un docente di scuola dell’infanzia e primaria varia a seconda degli anni di servizio.

Quindi, all’inizio della carriera, si aggira intorno ai 18.000 euro lordi all’anno per arrivare a circa 27.000 euro lordi dopo i 35 anni di servizio.

In cosa consiste il lavoro dell’insegnante di scuola primaria?

La maestra di scuola primaria insegna ai bambini le materie di base per prepararli ai gradi successivi di istruzione. Le sue principali mansioni sono legate alla preparazione delle lezioni e alla conduzione delle attività con i piccoli studenti.

Di fatto, la scuola elementare ha come scopo di fornire ai bambini capacità di scrittura, lettura e solide basi in matematica, con cui affrontare poi lo studio di nozioni di base in discipline umanistiche e scientifiche (storia, geografia, scienze, lingue, ecc.). Tra le altre aree di competenza vi sono l’educazione fisica e l’educazione artistica e musicale.

Di solito gli insegnanti di scuola primaria non si specializzano in un’unica materia, ma insegnano diverse materie ai bambini.

Inoltre, tramite prove, verifiche e interrogazioni monitora il livello di apprendimento acquisito. In questo modo può facilmente individuare gli alunni che sono più indietro rispetto alla classe o può proporre sfide più stimolanti per aumentare il loro interesse nei confronti delle lezioni.

Quindi se da un lato, si dedica all’insegnamento in classe, dall’altro riserva parecchio tempo alla correzione dei compiti, alle verifiche, agli incontri con i genitori e alle attività extracurricolari.

Quanto guadagna un professore delle medie

Qual è la differenza di stipendio di una maestra e quello di un professore delle medie?

Ebbene, una professoressa o un professore di scuola media guadagna poco meno di 22.000 euro lordi all’inizio della propria carriera fino ad arrivare, dopo più di 35 anni di servizio, a percepire circa 32.000 euro lordi all’anno.

Su base mensile, lo stipendio netto varia dai 1.300 euro circa iniziali ai 1.800 euro a fine carriera.

Vediamo nel dettaglio e in base agli ultimi contratti del CCNL scuola, qual è la media di uno stipendio mensile di un insegnante della scuola secondaria di primo grado:

  • da 0-8 anni di servizio è di 1.350,54 euro;
  • tra 9 e 14 anni di servizio è di 1.473,01 euro;
  • dai 15 e 20 anni di servizio è di 1.604,17 euro;
  • tra 21 e 27 anni di servizio è di 1.708,77 euro;
  • tra 28 e 34 anni di servizio è di 1.832,52 euro;
  • oltre i 35 anni di servizio è di 1.895,74 euro.

In più, occorre evidenziare che all’interno dello stipendio insegnanti viene riconosciuta anche una retribuzione professionale annua legata all’anzianità maturata.

Quest’ultima può variare dai 164 euro ai 257 e spetta soprattutto a:

  • docenti con incarico a tempo indeterminato;
  • supplenti annuali con incarico fino al 31 agosto;
  • supplenti fino al termine delle attività didattiche con contratti fino al 30 giugno.

 

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Con la laurea triennale si può insegnare? Ecco cosa sapere

insegnare con laurea triennale nella scuola pubblica

Il tema tocca da vicino moltissimi: con la triennale si può insegnare? Per quanto possa sembrare lapidaria la risposta vogliamo essere chiari e sintetici, quindi eccola: si può dunque insegnare come supplente tramite la MAD, ottenendo contratti per periodi inferiori all’anno, ma non si potrà mai concorrere per ottenere una cattedra, per la quale servirà la laurea specialistica/magistrale e l’abilitazione all’insegnamento, ovvero aver partecipato ai relativi concorsi.
Questo argomento ci rimanda direttamente a una questione adesso molto sentita: la riforma del reclutamento docenti, che riguarda tutte le possibilità di ottenere una posizione da insegnante. Vediamo in cosa consiste. (altro…)

Quanto guadagna un professore? Guida agli stipendi

Quanto guadagna un professore? Prima di rispondere a questo quesito, procediamo con ordine.

Indubbiamente, lavorare come insegnante è una vocazione. Se si ha passione, curiosità, empatia, preparazione e entusiasmo, la docenza risulterà incisiva ed efficace.

Di fatto, insegnare consente di prendere vite per mano, di toccare menti e di aprire cuori. È una professione onorevole, che al di là dell’indiscutibile stress che comporta, può dare diverse soddisfazioni a livello personale e umano.

Non si tratta semplicemente di riversare sugli alunni le proprie nozioni o conoscenze culturali di base, occorre metodo, disciplina, ardore, fervore. È un ruolo che comporta grande responsabilità, forza d’animo e resilienza.

Trasmettere agli studenti l’interesse per l’apprendimento, toccando anche temi sociali importanti, come l’integrazione o la lotta al bullismo, è fondamentale, così come spiegare le materie con accortezza, motivare all’ascolto, coltivare i talenti, coinvolgere l’intera classe con impegno, estro, dedizione, impeto e autorevolezza. Tutte doti che se sviluppate, messe in atto e reiterate nel tempo, possono tramutare un semplice insegnante in un buon docente.

E ora veniamo alla fatidica domanda: ma quanto prende un professore in termini economici? Quanto guadagna?

Saperlo è ovviamente più che lecito. Innanzitutto, va specificato che il lavoro dei docenti viene retribuito in base ai contratti nazionali, che stabiliscono precisamente qual è lo stipendio da percepire.

A conferire la busta paga mensile di un insegnante concorrono diversi fattori, come l’anzianità di servizio e il grado di istruzione.

Infatti, bisogna tenere conto che per avere chiara la cifra dello stipendio mensile di un professore, va valutata anche la scuola in cui insegna (infanzia, primaria, medie, superiori e università).

Quindi, se desiderate intraprendere la professione di docente, vi sarà estremamente utile comprendere le retribuzioni per ogni livello di insegnamento.

Pertanto, questa guida vi aiuterà a capire le differenze di stipendio tra le varie categorie di insegnamento.

Quanto guadagna un insegnante di scuola dell’infanzia e primaria 

Per scuola dell’infanzia e primaria si intendono le attività di didattiche rivolte alle bambine e ai bambini compresi rispettivamente tra i 3 e i 5 anni e tra i 6 e gli 11 anni circa.

Quanto guadagna un professore di scuola dell’infanzia e primaria?

Lo stipendio di un insegnante di scuola dell’infanzia e primaria varia a seconda degli anni di servizio.

All’inizio della carriera, si aggira intorno ai 18.000 euro lordi all’anno per arrivare a circa 27.000 euro lordi dopo i 35 anni di servizio.

Quanto guadagna un professore delle medie

Per scuola secondaria di I grado si intendono le scuole medie e si rivolgono agli studenti di età compresa tra i 10-11 anni e i 13-14 anni.

Quanto guadagna un professore delle medie?

Una professoressa o un professore di scuola media guadagna poco meno di 22.000 euro lordi all’inizio della propria carriera fino ad arrivare, dopo più di 35 anni di servizio, a percepire circa 32.000 euro lordi all’anno.

Su base mensile, lo stipendio netto varia dai 1.300 euro circa iniziali ai 1.800 euro a fine carriera.

Vediamo nel dettaglio e in base agli ultimi contratti del CCNL scuola, qual è la media di uno stipendio mensile di un insegnante della scuola secondaria di primo grado:

  • da 0-8 anni di servizio è di 1.350,54 euro;
  • tra 9 e 14 anni di servizio è di 1.473,01 euro;
  • dai 15 e 20 anni di servizio è di 1.604,17 euro;
  • tra 21 e 27 anni di servizio è di 1.708,77 euro;
  • tra 28 e 34 anni di servizio è di 1.832,52 euro;
  • oltre i 35 anni di servizio è di 1.895,74 euro.

In più, occorre evidenziare che all’interno dello stipendio insegnanti viene riconosciuta anche una retribuzione professionale annua legata all’anzianità maturata.

Quest’ultima può variare dai 164 euro ai 257 e spetta soprattutto a:

  • docenti con incarico a tempo indeterminato;
  • supplenti annuali con incarico fino al 31 agosto;
  • supplenti fino al termine delle attività didattiche con contratti fino al 30 giugno.

Tuttavia, non spetta ai supplenti che svolgono incarichi temporanei.

Quanto guadagnano i supplenti 

E quindi, per i precari e i supplenti, come funziona?

Quanto guadagnano i supplenti?

Intanto, va ricordato che i supplenti hanno essenzialmente due modi per ottenere incarichi di supplenza nelle scuole:

  • tramite le graduatorie GPS e GI, attraverso cui possono essere chiamati in ordine di graduatoria a ricoprire incarichi di media o lunga durata negli istituti di una provincia a scelta;
  • in base alla convocazione con Messa a Disposizione MAD, per incarichi di breve durata in qualsiasi istituti italiano presso cui si rilascia la propria candidatura spontanea.

Di conseguenza, in entrambi i casi, i docenti non firmeranno un contratto a tempo determinato e non potranno percepire uno stipendio al pari degli altri insegnanti. Infatti, il compenso sarà leggermente inferiore rispetto a quello dei colleghi di ruolo con anni di anzianità alle spalle.

In generale, il compenso per i supplenti varia in base al tipo di contratto stipulato. I supplenti che ricevono una nomina annuale in una scuola di primo o secondo grado della scuola secondaria possono percepire fino a 1.300€ al mese.

Per i piccoli periodi di supplenza, invece, lo stipendio insegnanti si aggira intorno ai 600 euro al mese.

Questi ultimi, tuttavia, non percepiscono l’ulteriore retribuzione professionale annua, così come non hanno a disposizione la carta del docente o il bonus merito.

Fare supplenze brevi tramite graduatorie o MAD è comunque un ottimo modo per iniziare a fare esperienza e maturare punti necessari a partecipare a futuri concorsi scolastici.

Inoltre, farsi le ossa e quindi maturare esperienza per non essere più alle prime armi, concede il beneficio di accumulare punti per fare passi in avanti nelle graduatorie, e arrivare così a ottenere incarichi di lunga durata, meglio retribuiti.

Quanto guadagna un insegnante di liceo

Lo stipendio di un insegnante di scuola superiore (ufficialmente scuola superiore secondaria di II grado) è sostanzialmente molto simile a quello di un insegnante delle scuole medie.

Quanto guadagna un professore di liceo?

Si parte dai 21.700 euro lordi annuali a inizio carriera, per arrivare a poco più di 34.000 euro lordi annuali dopo il superamento dei 35 anni di servizio.

Mensilmente, lo stipendio base di un insegnante di scuola superiore è di 1.300 euro netti, per poi raggiungere e superare i 1.800 euro a fine carriera.

Quanto guadagnano un professore universitario

Quanto guadagna un professore universitario?

Un professore universitario ordinario a tempo pieno (calcolato sulle 1.500 ore) arriva a guadagnare 131.674 euro lordi all’anno, secondo il nuovo regime di adeguamento stipendiale regolato dal DPCM del 13 novembre 2020.

Si tratta dell’importo massimo consentito dalla legge, ma molto dipende dagli anni di lavoro, dal tipo di impiego (a tempo pieno o definito a 750 ore) e dall’anzianità.

Non influiscono invece né la città né l’ateneo in cui si insegna.

Ecco una sintesi delle retribuzioni minime e massime, in base all’anzianità, per professori associati ordinari:

  • Professore associato a tempo definito: da 36.290,24 a 54.410,91 euro lordi all’anno;
  • Professore associato a tempo pieno: da 52.937,59 a 96.186,12 euro lordi all’anno;
  • Professore ordinario a tempo definito: da 49.355,72 a 72.311, 41 euro lordi all’anno;
  • Professore ordinario a tempo pieno: da 75.431,76 a 131.674 euro lordi all’anno.

Quanto guadagna un insegnante di scuola privata

Quanto guadagna un professore di una scuola privata?

Un insegnante di scuola privata ha uno stipendio mensile lordo che oscilla tra i 1.181,07 euro per il 1° livello e i 1.593,24 euro per il livello 8B.

La retribuzione è stabilita dal contratto delle scuole private ANINSEI (Associazione Nazionale Istituti Non Statali di Educazione e Istruzione).

In queste cifre sono incluse anche le spettanze per le attività strettamente legate all’insegnamento, come scrutini ed esami.

 

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